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Lampi [10/11/2011]

Maestosa tempesta di fulmini oltre le nuvole bianche, e sembra di vedere fino in gola al cielo viola livido e profondo – quando i lampi scappano dappertutto bianchi bianchi, spaccano il cielo, e pare di intravvedere l’abisso che c’è oltre. È imponente come una sinfonia, viene voglia di essere grandi compositori: per quanto uno sia visionario, le parole non bastano, solo la musica può. Ancora, nel vedere quel cielo così, mi ritorna la stessa (sensazione? vertigine?) immagine che avevo nel descrivere, in Circe , la notte dell’arrivo della nave di Ulisse. Il vento si è fatto tempesta, e mi sta portando Lui. Il tumulto delle onde trasforma la mobilità ipnotica della luce sulla roccia in una chiazza confusa – e quanto io sono confusa! Che cosa sta per succedermi? Non posso più stare qui: devo uscire, devo vedere, devo sapere che cosa mi riserva – il futuro – questa notte. L’orizzonte è in gola a nuvole cupe, accese da lampi che le rendono spettri di se stesse, e incalzata dalla vio...

In dissolvenza [03/11/2011]

Amore che non so chi sei. Non voglio vederti in viso: non è quello, che importa. No, non è vero: importa anche quello. Vorrei vederti in viso, ma solo nella notte quando poca luce basta a dare vita ai particolari: come il riflesso di un Caravaggio allo specchio, o come la chioma di Berenice che balena in cielo. O, di giorno, quando il trambusto si allontana e c’è silenzio e pace dove rimanere nella pioggia, e nell’eco dei nostri passi sul selciato chiaro. Vorrei rivedere i tuoi occhi verdi e stringerti alla vita mentre guidi verso il mare e i faraglioni a caso, e tieni le mie mani al caldo; vorrei restare ancora in macchina con te tutta la notte davanti al mare ( la storia più bella? quella con te ) per parlare senza meta e per baciarci... (Io ti conosco.) (...). Vedere o non vedere le colline e scomparire in quelle, finalmente, al termine di un giorno in dissolvenza. Ma tu non esisti. Forse è proprio la non esistenza, a permettere la vita: è quando niente esiste, che il vi...

Non piange più [29/05/2011]

Era il pomeriggio di una giornata di sole di primavera o d’estate. Il sole tramontava sul lato della nostra stanza, che volgeva a mezzogiorno. I pavimenti erano in scaglie di marmo, la carta da parati della stanza era rosa costellata di roselline viola. Non c’erano ancora i mobili, le stanze erano grandi e vuote. Dentro c’era un’eco ampia di sole e di voci sussurrate. Lei era piccolissima. Io avevo già da tempo la compagnia dei miei personaggi. Erano ancora germi indistinti in cerca o in attesa di definizione. Quel pomeriggio, in quegli spazi vuoti con le loro risonanze, le ho raccontato dei miei animaletti in gruppo intorno a noi. Davo le spalle alla parete. La porta era sulla mia destra, il balcone aperto a sinistra, la persiana mezza aperta e mezza chiusa lasciava trapelare una luce diffusa. Lei era di fronte a me, piccola e tonda con gli occhi verde oliva. Si è spaventata, a un tratto, dei miei amici animali che non riusciva a vedere, e si è messa a piangere...

Tra la greggia e la Luna [09/05/2011]

Con le mani io posso fare castelli. Non c’è novità in quella tensione, che pure è sempre nuova. Tutti noi in fondo la viviamo, la tensione. Tra l’eremita e il guerriero. Tra la sacerdotessa e l’amazzone. Tra Alcina e Bradamante. Tra Medea strega e Medea sposa. Tra la Luna e la greggia. Tra l’attesa e il gesto.   Il nodo è: chi lo saprà dire con parole nuove, che siano proprie e, insieme, universali?

Didjeridoo [08/05/2011]

Il mercato di Catania non si chiama mercato: si chiama ’a Fera ’o Luni, la Fiera del Lunedì. Fa odore di pesce dove è rosso dei gamberi e del sangue del pesce spada, e poi fa odore di olive e di sottaceti nella zona delle olive e dei sottaceti. Ci sono cartoni o scatoloni pieni di foglie di lattuga marce da buttar via. Ci sono i corridoi delle scarpe colorate fucsia o leopardate per andarci in giro e farsi ridere dietro, scarpe comode e anche qualcosa di mettibile. Ti strisciano sul corpo le stoffe e i vestiti, l’intimo velato per la prostituta o per il gioco delle trasparenze nelle intimità più fantasiose. Ombretti rossetti e creme per il corpo stanno sotto il sole e devi stare attenta se sono scaduti ma, se non lo sono, sono convenienti. I rivenditori gridano, i bambini piangono, la folla ti arriva addosso in forma di calca indistinta come onde di marea. Certe volte, e per alcune cose, mi fa pensare al suk tunisino con i suoi costumi orientali le spezie e i tunisini che m...

Il rubinetto di Goya [14/10/2010]

Non si può immergere due volte il piede nello stesso fiume. Questo lo diceva Eraclito . Che era un romantico ante litteram – ‘o skoteinόs , mi pare che lo chiamassero. L’oscuro. D’altronde la sua filosofia è fatta di massime e le massime sono massime proprio perché si prestano a mille interpretazioni possibili secondo chi le coglie, come gli oracoli e come i segni e i sogni. Eraclito diceva quasi come quel romanzo che dice che In mezzo scorre il fiume e Modugno cantava che Il fiume scorre lento frusciando sotto i ponti la luna splende in cielo dorme tutta la città e sembra un notturno di Orazio . Dvořák però lo segue, il fiume che scorre, con tutti i suoni delle rapide e il gorgoglio e poi gli spazi aperti e dilatati, le anse e i ruscelli in mezzo agli alberi, al sottobosco umido e all’odore di muschio e, alla fine, la foce verso il mare. E che sia la Moldava è un elemento accessorio, perché qual è il fiume che non scorre. Qual è il fiume che non ha un letto in cui scorr...