Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta nominazione

L’età dell’innocenza [22/07/2011]

Il mio cellulare sta per morire. Per scrivere un messaggio manca poco che debba usare martello e scalpello sul tasto def e su cancella . Questo perché l’ho fatto cadere tante di quelle volte, urtandolo sul comodino per spegnere la sveglia, o mancando l’apertura della borsa, o lasciandomelo scivolare dalle mani, che ha deciso di suicidare intanto i tasti e il monitor e prima o poi anche se stesso. La fretta e le distrazioni si pagano. *** invece ha avuto un cellulare nuovo per un mese forse. Uno bello, (...) col pallino da girare per fare scorrere le scritte. Poi è ritornat* al vecchio antidiluviano macinino che però, a differenza del nuovo troppo avanzatissimo modello, è utilissimo: a) per essere usato nella sua veste ufficiale di telefono e b) per la custodia dentro cui (...) tiene i suoi pizzini di carta su cui appunta le cose da ricordare. Allora il nuovo lo ha passato a me e adesso sto lavorando per passare la rubrica da un telefono all’altro. I messaggi non si può. Mess...

Parole e cose. Ovvero, L’Iperuranio è altrove. [29/03/2011]

Dare alle cose il loro nome è una fissa che ho da tanti anni. Forse da quando, piccola come un soldo di cacio, mi ripetevo le parole nuove messa in un angolo per impararle bene. Dare alle cose il loro nome è diverso dal cambiare il nome alle cose. Per gli antichi Ebrei il nome di un essere non lo designa soltanto, ma determina anche la sua natura: per questo dare un nome alle cose è imprimervi un segno di sé, esercitare su di esse il proprio potere, la propria potenza, la propria signoria. Io invece credo che il discorso vada spostato. Credo che riguardi la signoria su se stessi, semmai. Sennò preclude agli altri la libertà di darsi da sé il proprio nome. Io posso sapere che cosa sono le cose per me. Ma gli altri hanno il diritto di trovare da sé le proprie definizioni. Forse la poesia più bella sta nella libertà di poterlo dare, alle cose, il loro nome.