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Fra sé e sé. [09/01/2012]

“Ragazza. Vieni un po’ qui, mi sa che ne hai bisogno più del solito.” “Mi sa di sì.” “Parlarne con altri aiuta pure, ma nessuno ti conosce bene come noi ci conosciamo. E le domande giuste che facciamo a chi ci chiede aiuto, per una volta, servono a noi. Che è successo?” “È successo che, a furia di essere selettiva, mi sono presa una sbandata colossale.” “Bene. Intanto sei stata selettiva: questo è bene.” “Ah, sì. A me ci tengo.” “Com’è successo?” “Sono successe due cose: la prima, è che ho ammazzato e seppellito chi doveva esserlo. La seconda, è che è successo.” “Non è che una cosa succeda così, perché passa uno.” “No, infatti. Ma è passato uno che mi è piaciuto moltissimo. Mi piaceva già prima ma non mi aspettavo che fosse così . Abbiamo passato un finesettimana travolgente, al termine del quale mi ha confessato di essere impegnato. (Cosa diamine ti proclami single se sei impegnato? Io sono single da tre anni, nonostante tutto. Ma comunque.) Dico: me l’ha detto dopo che era...

Chi semina cosa. [08/01/2012]

Come credono che io concepisca i miei responsi? Credono che il dio mi parli suggerendomi parole veritiere perché io le comunichi a loro? Si sbagliano. Io ho le risposte perché comprendo, e comprendo perché voglio comprendere: indagare la natura delle cose e degli uomini, cercarne l’essenza profonda, sviscerare le ragioni del mondo, l’origine e il principio di tutto. Su questo si basano i miei responsi: sull’osservazione razionale delle cause e delle conseguenze. (Cassandra, in “Danza ebbra”. Racconto della sottoscritta.) *** è partita. Sorridiamo tutti seguendola con lo sguardo. Si ferma e ci salutiamo un’ultima volta con la mano, prima che scompaia in cima alle scale. Però c’è sempre il nodo in gola. È troppo piccolissima, lei, per potersene andare in giro da sola. Ma, ormai seduta nel suo sedile sull’aereo, mi risponde: “Ma per queste cose non si è mai grandi abbastanza...” È vero, questo. Così alla fine, rimasti soli, noi tre, ci ingoiamo le lacrime. E poi mi scrive la ...

Dubito, ergo sum [30/07/2011]

La rampa dello svincolo o la circonvallazione si avvolge e sale su per la rocca verso il paesino. Macchine incolonnate a lungo, a lungo. Ci sono, è vero. Anche di notte.   Dalle parti di Macondo, dove l’antica circonvallazione della città fa una curva e i tavolini si contendono lo spazio lungo i marciapiedi e sulla strada, la carne di cavallo riempie l’aria di fumo buono. Lei ha appena avuto la notizia. Due ore sono passate: le aveva chiesto, così per curiosità, come sarebbe andata. La ragazza aveva pensato, contenta: tutto bene. Ma lesse: una signora anziana starà male. Il desiderio di te, lui se lo terrà senza poterlo attuare. Due ore dopo, un po’ fuori da Macondo sulla via della sdrammatizzazione, nel fumo saporito e saturo della carne rossa, l’altra la prende in giro facendole il verso: “ Gnè gnè, io non le so leggere le carte. Non ci sono, non sono connessa, non sono brava . Se lo dici un’altra volta ti lassu curriri ’na scarpa. Comu mi putisti ’nzittari tutti cosi?...

Non piange più [29/05/2011]

Era il pomeriggio di una giornata di sole di primavera o d’estate. Il sole tramontava sul lato della nostra stanza, che volgeva a mezzogiorno. I pavimenti erano in scaglie di marmo, la carta da parati della stanza era rosa costellata di roselline viola. Non c’erano ancora i mobili, le stanze erano grandi e vuote. Dentro c’era un’eco ampia di sole e di voci sussurrate. Lei era piccolissima. Io avevo già da tempo la compagnia dei miei personaggi. Erano ancora germi indistinti in cerca o in attesa di definizione. Quel pomeriggio, in quegli spazi vuoti con le loro risonanze, le ho raccontato dei miei animaletti in gruppo intorno a noi. Davo le spalle alla parete. La porta era sulla mia destra, il balcone aperto a sinistra, la persiana mezza aperta e mezza chiusa lasciava trapelare una luce diffusa. Lei era di fronte a me, piccola e tonda con gli occhi verde oliva. Si è spaventata, a un tratto, dei miei amici animali che non riusciva a vedere, e si è messa a piangere...

Tante domande [25/05/2011]

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  Some people call me the space cowboy. Some call me the gangster of love.   Carina, eh? Per me è carina. Stephen King vi si deve essere ispirato per scrivere Il gioco di Gerald : infatti lì ne cita alcuni versi. Solo che nel romanzo il cowboy dello spazio , il gangster dell’amore , non ha niente di lieve e leggero: quel sorriso musicale si trasforma nella smorfia scheletrica di un pazzo. Il gangster dell’amore diventa un essere lugubre: si aggira di notte nei cimiteri per rubare ossa ai morti. E a un certo punto capita nella casa di Jessie, che è rimasta ammanettata al letto con un marito morto ai piedi e mezzo sbranato da un cane. E il cowboy spaziale decide di rubare gli ossicini pure a lei che è ancora viva. È un romanzo paranoico, come diversi di quelli di King. Hanno funzione catartica, questi parti letterari. Io ne so qualcosa. È tutto giocato sul filo del rasoio tra la paranoia e la fondatezza delle sensazioni. Lei non sarà sicura di aver vis...