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Sul muro [28/11/2011]

Giovedì. Sono uscita da scuola alle due e, senza fermarmi a pranzare, sono partita per andare a Ragusa: avevo da ritirare gli ultimi documenti e da salutare tutti i miei colleghi nella nuova sede dipinta di bianco, senza più il panorama sopra il Ponte Vecchio. C’è ancora il temporale sulla città, ma esci in tangenziale che c’è già il sole. I palazzi troppo vicini mi danno l’asfissia. Le colline no, invece. Sono morbide e verde brillante. Se ne stanno acciambellate a prendersi i raggi obliqui e caldi. I filari delle viti hanno i pampini verde trasparente. È come se, tramite i miei occhi, le vedessi anche tu, attraverso le lenti dei tuoi occhiali posati qui accanto. Di notte – al ritorno, o nelle mie andate senza meta – sei presente perfino nei frammenti di asfalto che scorrono qui davanti a me. Non sono gelosa, vedi. Non così: non adesso che – come io, io , sono sempre stata e come evidentemente doveva essere – non mi aspetto niente, per me. Come hanno fatto tante altre, anche ...

Parole e cose. Ovvero, L’Iperuranio è altrove. [29/03/2011]

Dare alle cose il loro nome è una fissa che ho da tanti anni. Forse da quando, piccola come un soldo di cacio, mi ripetevo le parole nuove messa in un angolo per impararle bene. Dare alle cose il loro nome è diverso dal cambiare il nome alle cose. Per gli antichi Ebrei il nome di un essere non lo designa soltanto, ma determina anche la sua natura: per questo dare un nome alle cose è imprimervi un segno di sé, esercitare su di esse il proprio potere, la propria potenza, la propria signoria. Io invece credo che il discorso vada spostato. Credo che riguardi la signoria su se stessi, semmai. Sennò preclude agli altri la libertà di darsi da sé il proprio nome. Io posso sapere che cosa sono le cose per me. Ma gli altri hanno il diritto di trovare da sé le proprie definizioni. Forse la poesia più bella sta nella libertà di poterlo dare, alle cose, il loro nome.