Al cimitero inglese [13/06/2011]

Guida in un’autostrada grigio chiaro verso nord, in un’aria grigioperla per l’alba o per il tramonto.

La strada devia in una curva a destra, lei la segue. Forse questo intrico di sottopassaggi porta oltre il confine o forse ai traghetti verso il resto del mondo.

Si ritrova invece in una strada provinciale che diventa uno sterrato a mano a mano che va avanti.

Un banco di nebbia improvvisa e odore pungente di fuoco e di incendio.

Procede alla cieca con cautela, supera una macchina o un’Ape, o forse no.

Vigili del fuoco forse o carabinieri, come sagome indistinte.

Qualcuno chiede indistinte indicazioni verso

(il cimitero inglese?!)

qualche parte.

Eccolo sulla destra, questo incendio grande. Il focolaio si alimenta di sterpaglie e paglia secca.

Un altro principio di incendio è come un piccolo braciere rosso vivo in mezzo al nero di carbone, in un altro mucchio di paglia, sulla sinistra.

Troppa paglia è ammassata affastellata lungo il ciglio della strada, deborda oltre le reti verdi che delimitano i terreni e dovrebbero contenerla.

L’aria è densa e intrisa di questo odore pungente soffocante, come una nebbia che pervada tutto il mondo. Per un tratto così lungo, così lungo.

 

Si dirada un poco il fumo. Ora è notte. C’è la luna in alto, di fronte.

Lei procede, non sa bene verso dove. Segue qualcuno.

(Chi sta andando al cimitero inglese.)

(Quei due ragazzini in bicicletta.)

(E perché ci stanno andando.)

(Forse per gioco forse per sfida, per mettersi alla prova o per vedere che cosa c’è di là.)

Ha con sé le sigarette e le sue carte come unico appiglio o come guida. E la Luna alta davanti.

Va per mescolarle, chiede quale direzione. Ma così non controlla la macchina, ha difficoltà per rimetterla sul lato destro di quella che è sempre più una strada di campagna.

E si accorge che non è più la macchina, è il manubrio di una bici. È scoperta e nuda e sola nella notte in una strada che porta al cimitero. Ha voglia di piangere e non può.

Ma dov’è che stiamo andando? chiede al ragazzino.

Al cimitero inglese, dice lui.

Un’ombra chiara che forse è il pensiero di mamma, la abbraccia, si vorrebbe appoggiare a lei e fermarsi. Chissà quanta strada ancora c’è davanti. Quanto tempo. Se il morto o il lupo al cimitero ora li aspetta.

Dice al ragazzino: Mi dispiace essere così.

Il ragazzino dice Mah, dispiace a me di averti portata fino a qui e ora sei così vulnerabile.

Non mi ci hai portata tu, ci sono venuta io, risponde. Va bene lo stesso, continuiamo.

 

Al risveglio all’improvviso, l’armadio è aperto: una voragine di buio dentro al buio.

Forse è stata la gatta o forse no.

Lo chiude. C’è un rumore.

Ha paura e lascia la luce accesa.

Ma non può dormire più, neanche ora che albeggia.

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