Pezzi pezzi [24/03/2011]
La ribellione è un rettangolo di vetro verde bottiglia a righe o rigato, poco trasparente per vedere o per intuire oltre le righe la vera verità.
Poi mi sveglio giusto per appuntarmi questa immagine chissà perché.
E poi mi riaddormento.
Il servo pakistano, magro e scuro per il sole, si spaccia per un principe orientale o per un maharaja indiano.
Sta in una villa grande con piccolo giardino, ci saranno tappeti cuscini rosso fuoco.
Si finge un altro per pescare le ragazze, o manda la sua donna che è una strega.
La donna sembra pronta ad ascoltare in qualità di amica e consigliera.
Invece viene in casa per portare via i gatti domestici e lasciarci gatti randagi e topi da mangiare.
La gatta mia la cerco fra quei corpi. Non c’è, l’hanno rubata o è andata via.
La cerco per le strade e in una piazza con la centoventisette bianca e i suoi sedili in similpelle nera che odorano di infanzia e di petrolio inacidito per il troppo sole preso.
Mi fermo qui, davanti a una chiesetta antica. Il padrone del pakistano sta in sedia a rotelle. Gli manca il naso la bocca e tutto il mento, e un pezzo di un orecchio per il cancro come lebbra. Però lo stesso riesce a parlare: si vede in gola un apparecchio nero come un giradischi per i trentatré giri, ma più piccolo, è un computer collegato al cervello che traduce i pensieri in parole e intonazione.
Dall’orecchio che fra poco perderà viene fuori un tubicino che gli serve per sentire, mi dice sua moglie piccoletta messa in piedi accanto a lui.
Mi svela lui del pakistano perverso e delle telecamere che ha piazzato in casa per osservare e riguardare le sue donne.
Mi viene incontro il pakistano sul sagrato o nella piazza sorridendo: allora entri con noi? (Lui e la sua donna.)
Ma io a questo gioco abnorme di finzioni non ci gioco più, se mai ci ho giocato.
Riprendo la mia macchina, chiudo i finestrini.
Un cane bianco grande come un orso mi viene buono buono ad annusare.
Poi me ne vado da sola, per ritrovare la mia via stretta e tortuosa in mezzo alle colline.
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